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La verità su Pyecraft

di  H.G. Wells

    Se ne sta seduto a non più di una dozzina di metri. Se do un'occhiata sopra la spalla, riesco a vederlo. E se incontro il suo sguardo – e di solito incontro il suo sguardo – mi fissa con un'aria...

    È prima di tutto uno sguardo supplicante, e tuttavia c'è della diffidenza.

    Al diavolo la sua diffidenza! Se avessi voluto dire la verità su di lui, lo avrei fatto molto tempo fa. Non la dico e non la dico, ed egli dovrebbe sentirsi a proprio agio. Come se qualcosa di tanto pesante e grasso come lui potesse sentirsi a proprio agio! Chi mi crederebbe se lo raccontassi?

    Povero vecchio Pyecraft! Grande sostanza gelatinosa a disagio. Il più grasso frequentatore di circoli di Londra.

    Se ne sta seduto a uno dei piccoli tavolini del circolo, nell'ampio spazio tra colonna e colonna accanto al fuoco, ingozzandosi. Di che cosa si sta ingozzando? Do un'occhiata prudente e lo colgo mentre morde il pasticcio caldo imburrato, con gli occhi fissi su di me – che vada al diavolo! – con gli occhi fissi su di me!

    Questo mi fa decidere, Pyecraft! Dal momento che vuoi essere spregevole, dal momento che vuoi comportarti come se io non fossi uomo d'onore, qui, proprio sotto i tuoi occhi che mi fissano, io scrivo la storia, la semplice verità su Pyecraft, l'uomo che ho aiutato, l'uomo che ho protetto e che mi ha ricompensato rendendo il mio circolo insopportabile, assolutamente insopportabile, con la sua evidente supplica, con il perpetuo «non raccontarlo dei suoi sguardi.

    E, inoltre, perché continua a mangiare in eterno?

    Bene, qui si afferma la verità, tutta la verità, e niente altro che la verità.

    Pyecraft... conobbi Pyecraft proprio in questa sala per fumatori. Ero un nuovo membro, giovane e timido, ed egli se ne accorse. Me ne stavo seduto tutto solo, desiderando conoscere qualcosa di più sugli altri; improvvisamente egli venne verso di me, una grande, dondolante facciata di menti e di addomi, grugnì, si sedette su una sedia, ansimò un poco, fregò un poco un fiammifero e accese un sigaro, poi mi rivolse la parola. Non ricordo ciò che mi disse, qualcosa circa i fiammiferi che non si accendono bene; e successivamente, mentre parlava, faceva fermare i camerieri uno per uno, quando passavano vicini, e raccontava loro dei fiammiferi con quella voce sottile, flautata che ha. Ma, in ogni caso, fu in un modo più o meno simile che ebbe inizio la nostra conversazione.

    Egli parlò di varie cose e venne a parlare di giochi. E da questo al mio aspetto e alla mia carnagione. – Lei deve essere un buon giocatore di cricket, – disse. Io credo di esser snello, snello fino al punto che qualcuno potrebbe chiamarmi magro, e credo di esserte piuttosto bruno, tuttavia... non mi vergogno di avere una trisavola indù, ma, nonostante tutto, non voglio che occasionali conoscenti penetrino con uno sguardo attraverso di me sino a lei. Cosicché mantenni un atteggiamento ostile a Pyecraft sin dall'inizio.

    Tuttavia parlava di me soltanto per arrivare a se stesso.

    – Suppongo, – continuò, – che lei non faccia più moto di quanto ne faccia io, e probabilmente non mangia meno. – (Come tutte le persone eccessivamente grasse, s'illudeva di non mangiare nulla). – Tuttavia – e fece un sorriso evasivo – siamo diversi.

    E poi cominciò a parlare della sua pinguedine e ancora della sua pinguedine; di tutto ciò che aveva fatto per la sua pinguedine e di tutto ciò che aveva intenzione di fare; di ciò che la gente gli aveva consigliato di fare per la sua pinguedine e di ciò che aveva sentito che della gente faceva per una pinguedine simile alla sua. – A priori, – disse, penserebbe che un problema di nutrizione potrebbe essere risolto da una dieta e un problema di assimilazione da medicine. – Era soffocante. L'ascoltarlo mi faceva sentire gonfio.

    Si sopporta questo genere di cose una volta tanto in un circolo, ma venne il momento in cui pensai che fosse troppo. Non potevo entrare nella sala dei fumatori senza che venisse rollando verso di me, e qualche volta veniva a mangiare con avidità attorno e vicino a me, mentre facevo colazione. A volte sembrava quasi che mi si appiccicasse. Era un seccatore, ma non un seccatore tanto spaventoso da limitarsi a me; e sin dal principio ci fu qualcosa nel suo modo di fare, quasi come se sapesse, quasi come se capisse il fatto che io avrei potuto... che c'era una lontana, eccezionale possibilità in me che nessun altro presentava.

    – Darei qualsiasi cosa per diminuire, – diceva, – qualsiasi cosa, – e mi guardava attentamente da sopra le sue enormi guance con il suo respiro affannoso.

    Povero vecchio Pyecraft! Ha appena suonato, senza dubbio per ordinare un altro pasticcio imburrato.

    Un giorno affrontò il vero argomento. – La nostra farmacopea, – disse, – la nostra farmacopea occidentale è tutt'altro che l'ultima parola in fatto di scienza medica. In Oriente, mi hanno detto...

    Si fermò e mi fissò. Era come essere ad un acquario.

    Mi adirai immediatamente con lui. – Senta, – dissi, chi le ha parlato delle ricette della mia trisavola?

    – Bene, – si schernì.

    – Per una settimana, ogni volta che ci siamo incontrati, – incalzai - e ci siamo incontrati piuttosto spesso, lei ha fatto una chiara allusione a quel mio piccolo segreto.

    – Bene, – rispose, – ora che il gatto è fuori del sacco, lo ammetto: sì, è così. L'ho saputo.

    – Da Pattison?

    – Indirettamente, – disse, e credo che stesse mentendo, – sì.

    – Pattison, – replicai, – prese quella roba a suo rischio.

    Contrasse la bocca e si piegò.

    – Le ricette della mia trisavola, – dissi, – sono cose delicate da maneggiare. Mio padre stava per farmi promettere...

    – Non lo fece?

    – No. Ma mi mise in guardia. Lui stesso ne usò una, una volta.

    – Ah...! Ma lei pensa...? Supponga, supponga che le capiti di essere uno...

    – Queste ricette sono molto strane... – dissi. – Perfino il loro odore... No!

    Ma a questo punto Pyecraft insistette che io andassi avanti. Avevo sempre un po' paura che, se avessi messo troppo alla prova la sua pazienza, si sarebbe abbattuto improvvisamente su di me e mi avrebbe soffocato. Riconosco che fui debole. Ma mi ero anche stufato di Pyecraft. Avevo raggiunto nei suoi confronti uno stato d'animo tale che mi induceva a dire: «Ebbene, corri il rischio!. Il piccolo affare di Pattison cui ho fatto allusione era una faccenda completamente diversa. Che cosa fosse, al momento, non ci interessa, ma sapevo, ad ogni modo, che la particolare ricetta che usai allora era innocua. Non sapevo gran che delle rimanenti e, nel complesso, ero propenso a dubitare piuttosto completamente della loro innocuità.

    Tuttavia, anche se Pyecraft fosse finito avvelenato...

    Devo confessare che l'avvelenamento di Pyecraft mi colpì come una enorme impresa.

    Quella sera tolsi dalla cassaforte quella strana scatola di legno di sandalo dall'odore singolare, e rovesciai le pelli che frusciavano. Il signore che aveva scritto le ricette per la mia trisavola aveva evidente un debole per pelli di origine eterogenea e la sua grafia era quasi completamente indecifrabile. Alcune delle cose sono per me del tutto illeggibili – sebbene la mia famiglia, con le sue relazioni con il servizio statale indiano, abbia mantenuto di generazione in generazione una certa conoscenza dell'indostano – e non ve n'è nessuna di interpretazione completamente chiara. Ma trovai abbastanza presto quella che cercavo, e mi misi a sedere sul pavimento accanto alla cassaforte esaminandola per un po'.

    – Guardi qui, – dissi a Pyecraft il giorno seguente, e sottrassi il ritaglio dalla sua avida presa.

    – Per quanto posso capire questa è una ricetta per la perdita di peso.

    – Oh! – rispose Pyecraft.

    – Non ne sono del tutto sicuro, ma penso che si tratti di questo. E se vuole seguire il mio consiglio, la lasci perdere. Perché, deve sapere, diffamo la mia stirpe nel suo interesse, Pyecraft; i miei antenati, sotto questo aspetto, per quanto posso capire, erano parecchio strambi. Capisce?

    – Mi faccia tentare, – rispose Pyecraft.

    Mi abbandonai indietro sulla sedia. La mia immaginazione fece uno sforzo poderoso e ricadde senza vita dentro di me. – In nome del cielo, Pyecraft, – dissi – che aspetto crede che avrà quando sarà diventato magro?

    Non sentiva ragioni. Mi fece promettere che non mi avrebbe mai più detto una parola sulla sua disgustosa pinguedine, qualunque cosa fosse accaduta, mai più, e allora gli porsi il pezzetto di pelle.

    – È roba ripugnante, – dissi.

    – Non fa nulla, – rispose, e lo prese.

    Strabuzzò gli occhi nel vederlo. – Ma, ma... – disse.

    S'era appunto accorto che non era inglese.

    – Le farò una traduzione, – risposi, – come meglio potrò.

    Feci del mio meglio. Dopo di che, non ci parlammo per una quindicina di giorni. Ogni volta che mi si avvicinava, lo guardavo con cipiglio, gli facevo cenno di andarsene, ed egli rispettava il nostro patto, ma alla fine dei quindici giorni era grasso quanto prima. E allora si risolse a parlare.

    – Devo parlare, – disse. – Non è giusto. C'è qualcosa che non va. Non ha avuto alcun effetto positivo. Lei non rende giustizia alla sua trisavola.

    – Dov'è la ricetta?

    La estrasse con precauzione dal suo taccuino.

    Scorsi le voci con uno sguardo. – Era marcio l'uovo? – chiesi.

    – No. Avrebbe dovuto esserlo?

    – Questo, – risposi, – è fuori discussione in tutte le ricette della mia povera cara trisavola. Quando non è specificata la condizione o la qualità, si deve prendere quella peggiore. Era drastica o niente... E ci sono una o due possibili alternative riguardo ad alcune delle altre cose. Ha usato del veleno fresco di crotalo?

    – Ho comprato il crotalo da Jamrach. È costato, è costato...

    – Questi, in ogni caso, sono affari suoi. Quest'ultima voce...

    – Conosco un uomo che...

    – Sì. Uhm. Bene, annoterò le due alternative. Per quanto so di questa lingua, l'ortografia è particolarmente atroce. A proposito, cane, probabilmente qui ha il significato di cane randagio.

    Durante il mese successivo vidi costantemente Pyecraft al circolo, grasso e preoccupato come sempre. Rispettava il nostro contratto, ma alle volte ne infrangeva lo spirito scuotendo la testa con aria scoraggiata. Poi, un giorno, nel guardaroba disse: – La sua trisavola...

    – Si guardi bene dall'offendere... – e lui tacque.

    Avrei potuto pensare che avesse rinunciato, e un giorno lo vidi parlare a tre nuovi membri della sua pinguedine, come se fosse in cerca di altre ricette. E poi, del tutto inaspettato, arrivò il suo telegramma.

    – Il signor Formalyn! – gridava il fattorino sotto il mio naso ed io presi il telegramma e lo aprii subito. «Venga, per amor del cielo, Pyecraft.

    – Uhm! – dissi, e per dire la verità fui talmente compiaciuto per la riabilitazione della mia trisavola promessami dal telegramma, che feci una magnifica colazione.

    Ebbi l'indirizzo di Pyecraft dal portiere. Pyecraft abitava nella parte superiore di una casa a Bloomsbury, e ci andai subito dopo aver preso il mio caffè a Trappistine. Non aspettai di aver finito il sigaro.

    – Il signor Pyecraft? – chiesi, sulla porta d'ingresso.

    Pensavano che fosse ammalato; non usciva da due giorni.

    – Mi aspetta, – risposi, e mi lasciarono salire.

    Sul pianerottolo suonai il campanello; la porta aveva una grata.

    «In ogni caso non avrebbe dovuto tentare ripetei a me stesso. «Un uomo che mangia come un maiale è giusto che abbia l'aspetto di un maiale.

    Una donna evidentemente degna di rispetto, con un volto preoccupato e un copricapo messo senza cura, venne ad esaminarmi attraverso la grata.

    Diedi il mio nome ed ella mi aprì con fare esitante.

    – Ebbene? – chiesi, mentre sostavamo assieme sulla parte di pianerottolo di Pyecraft.

    – Ha detto di farla entrare, se fosse venuto, – disse, e mi guardò, senza fare alcun gesto di condurmi da qualche parte. E poi, in tono confidenziale: – Si è chiuso dentro a chiave, signore.

    – Chiuso dentro a chiave?

    Si è chiuso dentro ieri mattina e da allora non ha lasciato entrare nessuno, signore. E ogni tanto bestemmia. Oh, accipicchia!

    Fissai la porta che mi indicava con lo sguardo. – Lì dentro? – chiesi. – Sì, signore.

    – Che cosa sta succedendo?

    Scosse la testa tristemente. – Continua a chiedere del cibo, signore. Cibo pesante, vuole. Io gli procuro quel che posso. S'è mangiato del maiale, del budino dolce, salsicce, niente pane. Tutte cose del genere. M'ha lasciata fuori, vede, e mi ha fatto andare via. Sta mangiando, signore, qualcosa di terribile.

    Dall'interno giunse un vocio lamentoso: – È lei, Formalyn?

    – È lei, Pyecraft? – gridai, e andai a battere rumorosamente alla porta.

    – Le dica di andarsene.

    Lo feci.

    Allora potei sentire uno strano picchiettare sulla porta, come se qualcuno tentasse al buio di trovare la maniglia, e i familiari grugniti di Pyecraft.

    – Va tutto bene, – dissi, – se n'è andata.

    Ma per parecchio tempo la porta non si aprí.

    Sentii la chiave girare. Poi la voce di Pyecraft disse: – Entri.

    Girai la maniglia e aprii la porta. Mi aspettavo naturalmente di vedere Pyecraft.

    Ebbene, sapete, non c'era!

    In vita mia non ho mai avuto un tale colpo. Il suo salotto era in uno stato di disordine estremo, piatti e recipienti tra i libri e l'occorrente per scrivere, e parecchie sedie rovesciate, ma Pyecraft...

    Va tutto bene, vecchio mio, chiuda la porta, – disse, e allora lo scovai.

    Era lassù in alto, vicino al cornicione, nell'angolo presso la porta, come se qualcuno lo avesse incollato al soffìtto. Aveva un'aria oreoccupata e arrabbiata. Ansimava e gesticolava. – Chiuda la porta, – disse.

    – Se quella donna lo viene a sapere...

    Chiusi la porta, e andai a mettermi a una certa distanza da lui e guardai attentamente.

    – Se qualcosa cede e lei cade a terra, – dissi, – si romperà il collo, Pyecraft.

    – Magari potessi, – ansimò.

    – Un uomo della sua età e del suo peso, darsi a questa ginnastica, da ragazzi...

    – No, – disse, e sembrava angosciato. – La sua dannata trisavola...

    – Stia attento, – lo ammonii.

    – Le racconterò, – disse, e fece dei gesti.

    – Come diavolo fa – chiesi – a stare aggrappato lassù?

    E allora mi resi improvvisamente conto che non era affatto aggrappato, che fluttuava lassù, proprio come avrebbe potuto fluttuare nella stessa posizione una vescica piena di gas. Cominciò a dibattersi per allontanarsi dal soffitto e scendere lungo il muro sino a me. – È quella ricetta, – ansimava intanto. – La sua tri...

    – No! – gridai.

    Mentre parlava, senza fare troppa attenzione afferrò una stampa incorniciata; questa cedette ed egli volò di nuovo in su mentre la stampa si sfasciava sul divano. Andò a sbattere violentemente contro il soffitto, e allora capii perché era tutto bianco nelle curve e negli angoli più sporgenti del corpo. Tentò di nuovo, con maggiore attenzione, scendendo lungo il camino.

    Era davvero uno spettacolo del tutto straordinario, quell'uomo grande, grasso, dall'aspetto apoplettico a testa in giù e che tentava di arrivare dal soffitto al pavimento. – Quella prescrizione, – disse, – è troppo efficace.

    – Come?

    – Perdita di peso quasi completa.

    E allora, naturalmente, capii.

    – Per Giove, Pyecraft, – risposi, – ciò che le occorreva era una cura per la pinguedine! Ma lei la chiamava sempre «peso. Era solito chiamarla «peso.

    In un certo qual modo ero estremamente compiaciuto. In quel momento ebbi quasi in simpatia Pyecraft. – Lasci che l'aiuti! – dissi; gli presi la mano e lo tirai giù. Scalciò, tentando di mettere i piedi da qualche parte. Era come tenere in mano una bandiera in una giornata vento.

    – Quel tavolo, – lo indicò – è di mogano massiccio e molto pesante. Se lei riesce a mettermi là sotto...

    Lo feci, e là oscillava come un pallone tenuto a freno, mentre io stavo seduto sul tappeto davanti al focolare a parlare con lui.

    Accesi un sigaro. – Mi racconti, – dissi, – che cosa è accaduto?

    – L'ho presa, – rispose.

    – Che sapore aveva?

    – Oh, schifoso!

    – Credo che l'abbiano tutte. Se uno pensa agli ingredienti o ai probabili componenti o alle possibili conseguenze, quasi tutte le cure della mia trisavola mi sembrano per lo meno poco allettanti. Da parte mia...

    – Dapprima ne presi un piccolo sorso.

    – Sì?

    – E siccome dopo un'ora mi sentii meglio e più leggero, decisi di prendere l'intera dose.

    – Mio caro Pyecraft!

    – Mi tappai il naso, – spiegò. – E poi continuai a diventare sempre più leggero e debole, sa.

    Si lasciò improvvisamente andare ad uno scoppio di collera. - Che cosa devo fare, santo cielo? – esclamò.

    – C'è una cosa abbastanza evidente, – risposi, – che lei non deve fare. Se uscirà andrà sempre più in alto. – Agitai un braccio verso alto. – Dovrebbero mandarle dietro Santos–Dumont per riportarla di nuovo a terra.

    – Devo pensare che si consumerà?

    Scossi la testa. – Non credo che lei possa contarci, – risposi.

    E allora ci fu un altro scoppio di collera, ed egli prese a calci le sedie vicine e le sbatté con violenza sul pavimento. Si comportava esattamente come mi sarei aspettato che un uomo grande, grasso e intemperante si sarebbe comportato in circostanze difficili, vale a dire, molto male. Parlò di me e della mia trisavola con una totale mancanza di misura.

    – Non le ho mai chiesto di prendere quella roba, – dissi. E, ignorando generosamente gli insulti che mi stava lanciando, mi si a sedere sulla sua poltrona e cominciai a parlare con lui in modo calmo e amichevole.

    Gli feci notare che questo era un guaio che s'era tirato addosso lui, e che aveva quasi un'aria di giustizia poetica. Aveva mangiato troppo. Contestò la cosa e per un poco discutemmo il punto.

    Pyecraft divenne turbolento e furioso, così desistetti da questo aspetto della sua lezione. – E poi, – aggiunsi, – lei ha peccato di eufemismo. Non l'ha chiamato «grasso, che è giusto e disonorevole, ma «peso. Lei...

    Mi interruppe per dire che ammetteva tutto questo. Che cosa doveva fare?

    Gli suggerii che si adattasse alla sua nuova condizione. Venimmo così alla parte davvero problematica. Suggerii che non sarebbe stato difficile per lui imparare a camminare sul soffitto con le mani...

    – Non riesco a dormire, – obiettò.

    Ma questa non era una grave difficoltà. Era del tutto possibile, feci notare, fare un letto di fortuna sotto un materasso metallico, legare le cose sotto con nastri e abbottonare di fianco una coperta, delle lenzuola e un copriletto. Avrebbe dovuto confidarsi con la sua domestica, dissi; e dopo qualche battibecco, acconsenti a farlo. (In seguito fu molto divertente vedere il modo perfettamente naturale con cui la buona signora accolse questi sorprendenti capovolgimenti.) Poté avere nella sua stanza una scala da libreria e tutti i suoi pasti potevano essere disposti sulla cima della libreria stessa. Trovammo anche un ingegnoso espediente per mezzo del quale Pyecraft poteva calarsi sino al pavimento ogni volta che lo voleva, e consisteva semplicemente nel mettere l'Enciclopedia Britannica (decima edizione) in cima ai suoi scaffali. Bastava che ne estraesse un paio di volumi e vi si aggrappasse, e scendeva. E convenimmo sul fatto che lungo lo zoccolo dovessero esserci dei supporti metallici, in modo che potesse attaccarvici ogni volta che volesse muoversi per la stanza al livello più basso.

    A mano a mano che procedevamo mi accorgevo che la cosa mi interessava quasi profondamente. Fui io a chiamare la domestica e a spiegarle la faccenda, e fui soprattutto io a fissare in alto il letto alla rovescia. Di fatto, passai due interi giorni nel suo appartamento. Io sono un tipo d'uomo che se la sa cavare e a cui piace darsi da fare con un cacciavite, e realizzai per lui ogni sorta di ingegnosi adattamenti, feci correre un filo per portare i campanelli a portata di mano, voltai verso l'alto anziché verso il basso tutte le luci elettriche e così via. L'intera faccenda era estremamente curiosa e interessante per me, ed era divertente pensare a Pyecraft come a un grande, grasso tafano che strisciava carponi sul soffitto, si arrampicava attorno all'architrave delle porte da una stanza all'altra, e che non sarebbe mai, mai, mai più tornato al circolo...

    Poi, sapete, la mia funesta ingenuità ebbe la meglio. Ero seduto accanto al camino bevendo il suo whisky, e lui era lassù nel suo angolo preferito vicino al cornicione, che fissava con dei chiodini un tappeto turco al soffitto, quando l'idea mi colpì. – Per Giove, Pyecraft! – dissi, – tutto ciò è completamente inutile.

    E prima di poter calcolare le intere conseguenze della mia trovata, gliela rivelai senza riflettere. – Biancheria di piombo, – dissi, – e il danno era fatto.

    Pyecraft accolse la cosa quasi in lacrime. – Essere di nuovo in piedi per il verso giusto...

    Gli svelai l'intero segreto prima di pensare a dove mi avrebbe portato. – Acquisti delle lamine di piombo, – dissi – ne faccia dei dischi. Li attacchi tutti sopra la sua biancheria finché non ne abbia a sufficienza. Prenda degli stivali con la suola di piombo, porti una borsa di piombo massiccio, e la cosa è fatta! Invece di starsene prigioniero qui, potrà andare di nuovo all'estero, Pyecraft! Potrà viaggiare...

    Mi venne un'idea ancor più felice. – Non dovrà mai più aver paura di un naufragio. Tutto ciò che dovrà fare sarà di togliersi qualcuno o tutti gli indumenti, e fluttuare nell'aria...

    Per l'emozione lasciò cadere il martello da tappezziere a un pelo dalla mia testa. – Per Giove! – esclamò, – potrò di nuovo venire al circolo.

    La cosa mi interruppe di colpo. – Per Giove! – risposi, debolmente. – Sì. Naturalmente... lo potrà.

    Lo fece. Lo fa. È seduto dietro di me ed ora si sta rimpinzando – com'è vero che sono vivo! – del terzo pasticcio imburrato. E nessun altro al mondo sa – tranne la sua domestica e me – che praticamente non pesa nulla; che è una semplice massa di materie assimilatorie, delle semplici nuvole dentro un abito, niente, nefas, e il più inconsiderabile degli uomini. Sta là seduto a guardare finché non avrò finito questo scritto. Allora, se gli riuscirà, mi tenderà un agguato. Arriverà ondeggiando sino a me...

    Mi dirà di nuovo tutto sulla cosa, come si sente, come non si sente, come a volte gli sembra che stia per svanire un poco. E sempre in qualche punto di quel grasso, abbondante discorso dirà: «Manteniamo il segreto, eh? Se qualcuno lo venisse a sapere, me ne vergognerei tanto... Fa sembrare una persona tanto sciocca, sa. Strisciare carponi sul soffitto e tutto il resto ... !.

    Ed ora pensiamo a sfuggire a Pyecraft, che occupa, come fa, una posizione ammirevolmente strategica tra me e la porta.



Autore e Curatore:   Dr. David P. Stern
     Ci si può rivolgere al Dr. Stern per posta elettronica (in inglese, per favore!):
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Questo brano è tratto dal volume "Tutti i racconti e i romanzi brevi"
di H. G. Wells
a cura di Fernando Ferrara
traduzione in lingua italiana di P. Carabelli e collab.
Ediz. Mursia, Milano 1966 (pagg. 465-473)

Aggiornato al 12 Dicembre 2005


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Curators: Robert Candey, Alex Young, Tamara Kovalick

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